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Creatività o business? che succede al marketing?

2 novembre 2009

guerrilla-marketing

Il commento di Dunia al post sui social network e il web 2.0 termina con una frase che fa riflettere:

La web communication e l’uso dei social media, tutto ciò che “fa” Enterprise 2.0 non è solo esercizio di creatività, ma ESERCIZIO DI BUSINESS

Vorrei estendere il concetto “non è solo esercizio di creatività, ma esercizio di business” a tutta la disciplina del marketing.

I markettari, lo sappiamo, sono esseri ingegnosi e creativi. Nel loro lavoro pensano e ripensano a nuovi modi di impressionare il proprio target con l’obiettivo di impennare le vendite e portare fatturati da capogiro.

Negli ultimi anni abbiamo potuto assistere a campagne meravigliose, affinamento di tecniche, nascita di nuovi mezzi e rivoluzioni creative e comunicative.

Tutto questo ha, forse, portato un po’ di confusione in quelle ingegnose e creative menti.

Che cosa è il marketing?

Letteralmente “piazzare sul mercato” e comprende quindi tutte le azioni aziendali riferibili al mercato destinate al piazzamento di prodotti, considerando come finalità il maggiore profitto.

La definizione che, invece, mi piace di più è quella dell’AMA Board “Una funzione organizzativa ed un insieme di processi volti a creare, comunicare e trasmettere un valore ai clienti, ed a gestire i rapporti con essi in modo che diano benifici all’impresa ed ai suoi portatori di interesse”.

Qualunque sia la definizione, l’obiettivo non cambia mai: creare valore all’azienda.

Ma non trovi che questo obiettivo venga sempre più spesso perso di vista, annebbiato proprio dalla creatività?

Te la ricordi la storia di Petal Veil messa in piedi da Lines? Da un certo punto di vista è stata veramente un’azione geniale; costruire un personaggio, creare una filosofia (quella della minimal beauty), pianificare una serie di provini in tutta italia per partecipare al film di Petal Veil. Il progetto è stato costruito talmente bene che l’adesione alla filosofia, al casting e al personaggio da parte del pubblico è stata impressionante. Orde di donne pronte a farsi chilometri e chilometri per poter incontrare il guru della minimal beauty e partecipare al suo film. Sono nati blog sulla nuova filosofia. Insomma una storia “vera”. Ma vera non lo è stata. Tutto finto; Petal Veil non è un guru indiano protagonista del jet set hollywoodiano, è un attore con un forte accento romano (per questo non parlava mai). Petal Veil non è un nome, sono le parole “chiave” degli assorbenti della Lines, leggero come un Velo o morbido come un Petalo. Il film non esiste; niente è reale.

Cosa deve pensare la ragazza che si è fatta 200 km per partecipare al provino del film? Come si sente la ragazza che ha creato il blog? Come si sentono tutte le donne che hanno creduto nella minimal beauty?

E il valore di Lines per queste stesse persone è cambiato?

Ultima eclatante azione: il bambino scomparso sulla mongolfiera a Denver. Momenti di terrore e tutti gli Stati Uniti con il fiato sospeso, soccorsi mobilitati. Il bambino è a casa al sicuro, non temete. Si tratta di autopromozione di un attore per un nuovo reality show.

L’intenzione dell’attore era quella di accrescere la sua popolarità; che ne pensate del valore di questo attore?

Probabilmente pochissime ragazze ammetteranno di essere state prese in giro da Lines e il nuovo attore statunitense sarà il nuovo divo di Hollywood.

Probabilmente questa riflessione è troppo personale e critica, e non affronta la questione con la giusta ironia.

Ma mi chiedo:

  1. l’obiettivo è sempre chiaro e limpido oppure troppo spesso viene fagogitato da sbalzi creativi?
  2. E questi lampi di genio, in fondo, portano comunque beneficio alle aziende?
  3. Hai in mente altri esempi che possano smentire o rafforzare questa tesi?

Aggiornamento 29 ottobre 2010

Questi concetti sono stati espressi molto bene (e molto meglio di me) da Gianluca Diegoli in questo suo post.

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